What's her name? Virginia Plain

di Marcella Gollini

All’inizio degli anni ‘70 si assiste a una delle rivoluzioni più importanti nel mondo della musica: la nascita del Glam Rock.

In reazione a un certo naturalismo, un’autenticità senza fronzoli tipica degli anni ‘60, il Glam cambia rotta e fa del corpo vestito, agghindato, in posa, il suo baluardo di innovazione, in cui convergono dandysmo, spettacolo e moda. Il background dei suoi protagonisti, contaminato e poliedrico (TV, cabaret, la vecchia Hollywood, il circo Barnum e il Grand Guignol francese, il Rocky Horror Picture Show, il fantasy) trova terreno fertile nelle music-hall. Inizialmente infatti in Inghilterra i gruppi rock di questo genere non avevano un vero e proprio circuito di club in cui esibirsi, e quindi si trovarono a dividere il palco con cabarettisti, giocolieri, addomesticatori di animali e ballerini. Questo fortuito caleidoscopio di elementi fa emergere una concezione nuova del “maschile”: morbida, flessuosa, orientata all’androginia, indefinita, con espliciti riferimenti alla sottocultura drag.

Il Glam Rock come movimento culturale è alla base di “Velvet Goldmine”, film di Todd Haynes che uscì in Italia nel gennaio del 1999 e che racconta le vicende di un ipotetico cantante (Brian Slade, interpretato da Jonathan Rhys-Meyers) ispirate non troppo velatamente alla vita di David Bowie. Io avevo quasi 17 anni, stavo cominciando a scoprire la storia del rock, in particolare ero affascinata dalla musica inglese, dai Beatles in giù, a cui ero arrivata grazie al Brit Pop e ai miei amati Blur. Fu un fulmine cangiante in un cielo di monocroma normalità: andai a vederlo un pomeriggio dopo la scuola e quando uscii dalla sala non ero più la stessa. Avevo capito chi volevo diventare.

Dentro c’era tutto: musica, abiti stupendi, Oscar Wilde, divismo, decadenza… il tutto condito di glitter, piume e zeppe altissime. Comprai la colonna sonora e cominciai subito a studiare. Ripassai i classici: Bowie, Lou Reed e i Velvet Underground, Iggy Pop; ma la vera epifania avvenne coi Roxy Music, i T-Rex, gli Slade, Gary Glitter e gli Sweet. Come potevo conoscere e amare i Placebo (presenti con un adorabile cameo nella pellicola) e non coloro che venivano omaggiati da Haynes?

In particolare un personaggio del film mi aveva affascinata, più dell’inarrivabile e capriccioso Brian Slade, più dell’animalesco Curt Wild (interpretato da un Ewan McGregor che già si era fatto notare con “Trainspotting”): Jack Fairy.

Jack Fairy è una figura evanescente che fa del suo stato fantasmico la perfetta incarnazione patinata dell’archetipo primordiale del Glam, l’elegante silhouette in impermeabile nero e cappello a tesa larga che innesca l’ascesa inarrestabile di Slade, rimanendo però un passo indietro, mai corrotto dalla fama, che invece divorerà e cambierà quest’ultimo (motivo per cui David Bowie non ha concesso i suoi pezzi per la colonna sonora).

Jack Fairy, al contrario degli altri personaggi del film, non è l’alter-ego specifico di una persona realmente esistita: essendo fil rouge e costante musa, la sua creazione è polimorfa e allegorica. Dentro troviamo Little Richard, brillante artista anticonformista del rock’n’roll americano malgrado provenisse da un ambiente conservatore, Marc Bolan dei T-Rex, anima candida e spirito creativo unico nel suo genere, Brian Eno e Bryan Ferry, i geniali e raffinati fondatori dei Roxy Music.

Jack Fairy è il sogno del fanciullo di Wilde che si fa meraviglia, è l’omaggio dovuto a tutti i padri del dandysmo moderno, è la speranza di ogni reietto che sublima in leggenda, la reinvenzione di sé come opera d’arte della società di massa.

L’immortale lezione del movimento Glam è proprio questa: tra innovazione e recupero del passato, la libertà personale si (tra)veste con costumi barocchi in bilico fra vaudeville e fantascienza, indossa gesti istrionici ed esagerate pose su un palco cosparso di lustrini e piume, fondamentali per raggiungere la purezza perché “ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero” (Oscar Wilde).

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