The Second Life Team: storia di una casetta anni '50 a Favara

Quando l'unione fa la forza nascono sempre belle storie.

Questa settimana vi raccontiamo quella di tre ragazzi di Favara (paese vicino ad Agrigento) Nadia, Calogero e Carmelo, che accomunati dalla passione per il vintage, per l'artigianato e per le maestranze locali, hanno deciso di organizzare nel 2012 la mostra mercato The Second Life – mostra del mercato vintage & handmade diventata poi uno splendido negozio nel 2019.

Da qualche mese sono sbarcati su Vintag dove ogni giorno ci raccontano tramite i loro oggetti in vendita, la storia che sta dietro ad ogni abito dando la possibilità ai nostri utenti di acquistare non soltanto un capo, ma la memoria storica dello stesso, il lavoro di chi vi ha messo mano, le esperienze di chi lo ha indossato e vissuto.



Come nasce il progetto The Second Life Team? "Quasi dieci anni fa, io – Calogero Sorce, Nadia Castronovo e Carmelo Nicotra, tornando nella città in cui siamo nati e cresciuti, Favara (un grosso centro poco distante da Agrigento), dopo aver completato la nostra formazione personale e professionale, ci siamo resi conto di quanto poco fosse davvero cambiato da quando avevamo lasciato il nostro paese e la nostra casa, ma anche di quanto grande fosse l’ansia di cambiamento dei giovani che, come noi, avevano scelto di tornare: scarsa occupazione, prospettive minime di realizzazione personale e professionale, a volte – purtroppo – anche degrado urbanistico e sociale. A questo punto, ci siamo domandati come poter intervenire fattivamente perché tutto ciò potesse evolversi allo stadio successivo: partire dalla consapevolezza dei propri limiti per aspirare al cambiamento. Non si trattava di snaturare ciò che eravamo o di rinnegare il nostro patrimonio di conoscenze e di esperienze locali, quanto piuttosto di proiettarlo nel futuro. Così, unendo la nostra passione comune per il Vintage, per tutto ciò che è unico, per le maestranze locali, per l’artigianato in genere, abbiamo pensato, in team, di mettere su un progetto di ricerca che fosse finalizzato alla valorizzazione delle risorse e all’attenzione al dettaglio, ai tessuti naturali, ai tagli sartoriali, bypassando le grandi catene di distribuzione che offrono prodotti di largo consumo a prezzi bassi, ma la cui qualità è discutibile e la cui produzione ha spesso un impatto ambientale devastante. Recuperare, reinterpretare; giocare con gli stili, mischiarli insieme e poter indossare un capo di qualità, unico nel suo genere, sono diventati i nostri must. Partendo dagli armadi delle nostre mamme e delle nostre nonne (ma anche dei nostri padri e nonni), abbiamo intrapreso una ricerca che ci ha portato a recuperare piccoli tesori nascosti, dimenticati, a cui è stata concessa la possibilità di una seconda vita. La parte più dinamica e fondamentale di questa ricerca è stata quella di andare a bussare alle porte dei vecchi atelier e negozi di abbigliamento chiusi da decenni e frugare tra pile di roba rimasta invenduta, interi stand di abiti e accessori che – perfettamente conservati – attendevano con ansia l’opportunità di essere finalmente indossati. L’esperienza è quindi confluita nell’idea di mettere su un’iniziativa-ponte tra i giovani designer e collezionisti di Vintage e i consumatori: col sostegno di Farm Cultural Park – centro di innovazione culturale e di riqualificazione urbanistica che è contemporaneamente sorto a Favara in quel periodo – si è pensato di organizzare una mostra mercato del design, del vintage e dell’handmade che è presto diventata un appuntamento fisso e una piazza di scambio (non soltanto economico, ma anche di esperienze e maestranze condivise) per gli esperti e i neòfiti del settore, un punto di riferimento per tutta la Sicilia; è stato così che nel 2012 abbiamo organizzato la prima edizione del market “The Second Life – mostra del mercato vintage & handmade”. A questo punto, Andrea Bartoli e Florinda Saieva, i mecenati fondatori di Farm Cultural Park, hanno accolto la nostra proposta di mettere in piedi uno shop fisico, proprio all’interno degli spazi del centro culturale, che fungesse da centro operativo (ma anche da laboratorio di idee) dove la gente potesse comprare praticamente tutto ciò che era contenuto all’interno di esso, dal capo d’abbigliamento appeso alla stampella o dalla borsa riposta sullo scaffale all’orologio a pendolo che scandiva il tempo alla parete, dalla tazza da cui sorseggiava il thè nei pomeriggi organizzati per presentare le nuove collezioni al vinile che suonava sul nostro giradischi. È nato così un concept, un nuovo modo di vivere lo spazio e il tempo che si è tradotto poi nell’apertura di un nuovo shop indipendente , l’Atelier Vintage “The Second Life”, nel 2019, in cui tutto è organizzato come in una casetta – in perfetto stile anni Cinquanta – dove le persone vengono a trovarci e a trascorrere il loro tempo, ad ascoltare la storia che sta dietro ogni abito e ad acquistare non soltanto un capo, ma la memoria storica dello stesso, il lavoro di chi vi ha messo mano, le esperienze di chi lo ha indossato e vissuto." Quali tappe sono state per voi indispensabili per passare da negozio fisico a negozio online? "Il passaggio dallo shop fisico allo shop online non è stato semplice, né tantomeno immediato. Possiamo ancora definirci, infatti, in fase di evoluzione e di restyling in chiave operativa dei nostri canali social. Per noi di TSL la necessità è nata nel momento in cui la ricerca è confluita nella creazione di un brand – Rigueur – che ha preso spunto dall’abito tradizionale del lutto della donna siciliana per trasformare il classico vestito nero in un’icona di moda e stile inconfondibili. Il lavoro è certamente raddoppiato: dobbiamo districarci tra misure e tagli, tra proporzioni e vestibilità spesso difficili da definire, soprattutto per i capi di sartoria. Bisogna provare a descrivere un capo che non puoi toccare, di cui la foto può rendere solo in parte il dettaglio e di cui, come talvolta accade con i capi vintage (anche per il Vintage surplus, ancora con etichetta, quindi mai indossato) è complesso descrivere anche il limite o l’eventuale difetto. Chiaramente, il passaggio allo shop online presenta anche numerosi vantaggi, primo fra tutti la maggiore visibilità concessa ai nostri capi e la possibilità di mostrare in maniera diretta e quasi iconica il tema cardine della nostra ricerca, la possibilità offerta a ciascun cliente di costruire il proprio stile attraverso pezzi selezionatissimi che abbracciano un arco temporale di circa ottant’anni, dagli anni Venti ai Duemila." Qual è l'oggetto che un perfetto vintage addicted deve avere? "Per noi cultori del vintage, è davvero difficile scegliere. Indubbiamente la classica busta anni Ottanta. Grande, capiente e versatile, adattissima (nelle opportune versioni basic, si intende) per essere indossata da un uomo o una donna (magari in questo caso una capiente cluctch in pelle)."

Sappiamo che curi una rubrica all'interno del laboratorio culturale FARM CULTURAL PARK: quanto pensi sia importante raccontare e spiegare il vintage? "Farm Cultural Park è il luogo in cui è nato il nostro progetto e grazie al quale quotidianamente entriamo in contatto con artisti, designer, architetti, operatori culturali e innovatori sociali. In un periodo di stand by collettivo abbiamo sentito il dovere di raccontare il presente e prepararci al futuro, tutti insieme, utilizzando un linguaggio preciso. Da qui l’avvio di una serie di rubriche – sviluppate principalmente attraverso la conduzione di interviste - che ci hanno permesso, oltre al resto, di mettere a frutto le nostre competenze nel settore dell’editing e in quello relativo alla fotografia, ambiti nei quali ci siamo formati e specializzati seguendo il nostro percorso di studi. Attraverso la rubrica siamo in grado di offrire ai nostri lettori non soltanto consigli di stile, ma anche riferimenti bibliografici e filmografici in tema col Vintage; grazie alla nostra rubrica è stato possibile continuare a promuovere – anche in un momento storico difficile come quello che stiamo vivendo – le maestranze locali (e non solo) e l’importanza che ha per noi il vestire sostenibile, oltre che approfondire aspetti del nostro lavoro sui quali spesso il cliente non ha la possibilità di soffermarsi." Vintag ha come missione la diffusione del Vintage in ogni sua forma, perchè siamo certi che disperdere le eccellenze passate sia un errore che il mondo di oggi non può permettersi. Cosa ne pensi? "Al fine di promuovere la diffusione del Vintage, perché le eccellenze passate possano trovare il proprio spazio anche nella cultura comune del vestire bene (in Italia, sarà anche un luogo comune, ma ci siamo sempre distinti per questo aspetto) e con consapevolezza critica, l’app è stata ed è un validissimo strumento. Raccontare l’evoluzione di un capo attraverso i nomi che l’hanno reso un’icona è il primo e più importante mezzo attraverso cui diffondere questa consapevolezza: la giacca di Armani, lo smoking da donna di Saint Laurent , ma anche l’arte perduta del ricamo, l’importanza dei filati naturali definiscono non una persona, ma un modo di vivere, che guarda al passato, ma attraverso una prospettiva attuale, non necessariamente nostalgica. L’app di Vintag offre tutto questo, e lo fa concedendo spazio agli espositori per raccontare la propria storia attraverso la loro vetrina; così come attraverso interventi come questo, grazie ai quali è possibile confrontarsi, approfondire le proprie conoscenze, crescere personalmente e professionalmente."



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