The Rocky Horror Pictures Show (1975) - parte 1

di Annalisa Villa

“Don’t dream it, be it”.

Oggi vi voglio coinvolgere in una delle pellicole di culto più famose di sempre, considerato icona di trasgressione e libertà ma tutto condito con umorismo e tante tante paillettes… preparatevi quindi una bibita e venite con me alla scoperta di questo folle mondo rock perché oggi parliamo di: The Rocky Horror Picture Show.



Il film, diventato iconico, è l’adattamento cinematografico dell’omonima opera teatrale del 1973 dello stesso regista (Richard O'Brien) e con lo stesso cast.

Per parlare di questo complesso musical, ho deciso di dividere l’articolo in due parti, cambiando un po’ le regole e cominciando dalla spiegazione e dal contesto per rendere più familiare in seguito la trama.

Ho preso questa decisione anche per omaggiare il film stesso che inizia con una canzone intitolata “Double feature”, termine con il quale si identifica una programmazione cinematografica nella quale, con il prezzo di un biglietto, puoi vedere due film ed è anche il titolo della prima canzone della pellicola cantata da grandi labbra rosse che sono la citazione del quadro “Lips” di Man Ray.

Come potete intuire da subito, questo musical è ricco di citazioni cinematografiche e artistiche, un progetto ambizioso che ne aumenta il fascino.




Rocky horror è un musical, ma non temete se non amate il genere, poiché è eccentrico, bizzarro e le canzoni hanno il sapore del vero rock anni ‘70; è un horror, comico dal ritmo trascinate ma è soprattutto un inno alla libertà di essere quel che si vuole, abbattendo tutti i pregiudizi.

Nonostante ciò, la pellicola, dal budget ridottissimo, fu un flop ai botteghini, tanto che venne cancellata dalla programmazione nel giro di pochi giorni.

Fu un pubblico diverso che ne fece la fortuna: Rocky horror, infatti, venne trasmesso in circoli privati, bar e locali di secondo ordine dove spettatori meno abbottonati si lasciavano andare alle musiche coinvolgenti tanto da abbattere i confini della così detta “quarta parete” (la finta parete che divide chi recita dal pubblico).

Gli anni ‘70 sono storicamente gli anni della ribellione e della liberazione sociale. Sono anni nei quali i cambiamenti della società si imponevano a gran voce, i giovani non volevano più essere i bravi ragazzi ma vivere liberamente la sessualità e le scelte di vita.

Ed è proprio in questo clima di autodeterminazione che Rocky horror si presenta come un film di ispirazione.




Il film che abbatte i cliché

I protagonisti del film sono una classica coppia di borghesi, Brad e Jennet, due bravi ragazzi forzatamente stereotipati che cambieranno i loro orizzonti quando consoceranno la figura di spicco assoluta del film: Frank-n-Furter (Tim Curry) uno scienziato eccentrico che si presenta subito vestito da donna provocante in un mantello da vampiro cantando il famosissimo pezzo “Sweet Transvestite”. Il suo trucco è un omaggio alle dive del cinema muto ed il suo abbigliamento trasgressivo fatto di calze a rete e bustino lo rendono un uomo inclassificabile poiché seducente per entrambe i sessi. Saranno proprio queste peculiarità a dare forza al suo personaggio. Frank-n-Furter non è solo sessualmente ambiguo, è un eccentrico che si comporta da vera diva sul viale del tramonto, sfoggia perle e abiti bon ton, oltre e bustini e tacchi altissimi, ed è capace di imporsi su un mondo fatto di piccole ipocrisie scardinandole tutte, pezzo per pezzo: questo uomo con panni sexy non è mai ridicolo, e prenderà sempre decisioni che trascineranno ogni altro personaggio della storia. Oltre a questo, Frank-n-Furter è la parodia del dottor Frankenstein e come lui ambisce a voler dar vita a una creatura, Rocky, un uomo palestrato e belloccio che lo sollazzi a tempo perso.

Il film ancora una volta rompe gli schemi e decide di usare come “oggetto” del divertimento un uomo anziché una donna, come banalmente si era sempre fatto. Non vedremo quindi la “donna oggetto” ma “l’uomo oggetto”, bello e sciocco che non sa fare nulla se non esibire i muscoli. La scelta interessante del musical sta proprio nel voler abbattere i cliché di genere e sociali.




La colonna sonora

La colonna sonora è fondamentale nei film ed ancora di più nei musical, la buona riuscita di quest’ultimo, infatti, dipende molto dalla colonna sonora.

Rocky horror è una vera e propria opera rock scritta dallo stesso O’Brien. Gli elementi pop e soul tipici dei musical americani vengono sostenuti ed esaltati dalle basi energiche e super tecniche suonate in un mix di due generi molto in voga negli anni ’70: l’hard e il progressive rock. Grazie a questo eclettismo musicale, si spazia tra il passato del rockabilly, con Meat Loaf che canta “Hot Patootie - Bless My Soul”, e quello che sarà il glam rock dei futuri anni ’80. A ulteriore dimostrazione dell’importanza di quest’opera c’è da sottolineare che per la registrazione delle canzoni sono stati chiamati importantissimi artisti come il sassofonista Phil Kenzie, uno che registrava e andava in tour con gente del calibro dei Black Sabbath e David Bowie, e due membri del super gruppo Procol Harum: il chitarrista Mick Grabham e soprattutto il batterista Barrie James Wilson che era stato anche contattato per diventare membro dei Led Zeppelin.

Curiosità

Ultimo punto interessante del film è lo slogan: “Don't dream it, be it”, cioè "Non sognatelo, siatelo”, che è anche il nome della canzone finale della pellicola.

La cosa curiosa fu che il regista prese questa frase da un manuale di cucina per signore degli anni ’60, ed ancora una volta quello che poteva essere un simbolo di oppressione affibbiato alla brava donna di casa venne ribaltato in un inno alla vita

Iscriviti alla newsletter
Download vintag
  • Bianco Instagram Icona
  • White Facebook Icon
  • Bianco YouTube Icona
  • White Twitter Icon
  • White LinkedIn Icon
Informazioni

© 2020 by Vintag srl piva 03560201208 info@vintag.store