Mettere in Chicchere (e piattini)

a cura di Barbara Canoci


C’era una zia molto anziana che si acconciava i capelli con il petrolio che usava questa espressione di continuo, in dialetto leccese però!

Allora mi ricordo che io le chiesi: zia Nina che sono le chicchere?

E allora lei andava nella credenza, quella bella, con i vetri molati e apriva piano piano lo sportello e prendeva delicatamente, con due mani come se fosse un uccellino, un piattino con sopra una tazzina... bellissima, dai colori brillanti, bordata d’oro... leggermente più grande delle normali tazzine da caffè ... e me la mostrava, questa è la chicchera diceva, e poi mi accarezzava i capelli e mi chiedeva: la vuoi una chicchera di cioccolata?

E io sempre più confusa perché allora non capivo cosa volesse dire mettere in chicchere e piattini...

Bè a parte questo ricordo da album sbiadito e ingiallito adesso vi spiego che vuol dire. Vuol dire fare qualcosa con gran cura e in modo ricercato... (si usa dire anche parlare in chicchere - in modo ricercato, forse troppo)





Ma partiamo dal principio; cosa sono le chicchere?

Chicchera: Piccola tazza col manico, usata in particolare per tè, caffè e cioccolata. (Questa è la definizione)

Ma la parola parte da molto lontano sia nel tempo che nello spazio.

Il termine chicchera deriva infatti dal termine azteco “xicalli”, con il quale si indicava un grande frutto sferico, una specie di curiosa zucca verde brillante che cresce su alberi ampi e frondosi. Questi frutti erano infatti seccati e tagliati a metà, ottenendo così due ciotole emisferiche che tutti i mesoamericani utilizzarono, per millenni, come bicchieri per bevande di diverso tipo, molte preparazioni a base di cacao.


esempio di prime tazze azteche, prototipi delle tazze attuali

Quando i coloni europei scoprirono l’uso del cacao conobbero anche quello di questi particolari recipienti naturali che durante l’epoca coloniale venivano decorati con eleganti pitture, laccature o applicazioni di foglie d’oro, poi vennero piano piano sostituiti da lussuosi bicchieri e coppe in ceramica le cui forme però ricordavano quelle delle “xicalli”.

Ma i coloni spagnoli avevano però una certa difficoltà nel pronunciare i suoni della lingua azteca così il termine originale venne sostituito dalla parola “jicara” e le belle “jicaras” arrivarono in Italia assieme al cacao e si sa! Noi italiani abbiamo fantasia da vendere e dalla “Jicara” si passò alla “Chicchera”. (Due meravigliosi esemplari si trovano alla Biblioteca Ambrosiana di Milano” )


Nel tempo poi si affermò l’uso di bere il cacao in pregiate porcellane cinesi, anch’esse spesso importate dal Messico dove giungevano grazie al commercio del famoso Galeone di Manila, ed ecco che le chicchere si trasformarono in tazzine di porcellana. Così, quando le nobildonne italiane (e magari anche le nostre nonne) sorseggiavano il cioccolato o qualche altra bevanda coloniale in eleganti chicchere di porcellana stavano inconsapevolmente replicando gesti e usi linguistici la cui origine risale alle ricercate pratiche di consumo delle lontane corti azteche.


Tutto questo per dire che l’Italia ha un patrimonio linguistico, artistico, culturale che raccoglie influenze da ogni dove perché.

Concludo, come di consueto, con qualcosa che possa essere spunto di pensiero, perché le differenze arricchiscono e non dividono; in questo caso la fisica quantistica diviene poesia con l’equazione di Dirac.

Grazie ad essa si descrive il fenomeno dell’Entanglement quantistico. Il principio afferma che: “Se due sistemi interagiscono tra loro per un certo periodo di tempo e poi vengono separati, non possono più essere descritti come due sistemi distinti, ma in qualche modo, diventano un unico sistema. In altri termini, quello che accade ad uno di loro continua ad influenzare l’altro, anche se distanti chilometri di anni luce” Si dice che questa sia l’equazione dell’amore “(∂ + m) ψ = 0”


Possiamo allora affermare che l’Italia è il paese dell’amore?

Secondo noi si!




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