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Less and more, la legge di Starck

di Marcella Ottolenghi


Mies van der Rohe, protagonista dell’architettura della prima metà del Novecento, ha fatto del motto del suo maestro Peter Behrens “less is more” (meno è più) la bussola di una visione e di una professione. Philippe Starck, ex enfant prodige del design francese, entrato nell’empireo delle firme più famose, lo ha reinterpretato, trasformandolo in “less and more”.

Philippe Starck, credits @emeco

“Tutta la mia vita è stata una ricerca dell’essenza, del minimo, dello spirito delle cose”

commenta lui stesso presentando la sua sedia Broom per Emeco, fatta solo di polipropilene riciclato e di scarti di fibre di legno. Un oggetto “fatto di nulla” (solo di ciò che non serve più e quindi ha perso valore...) nella materia e nel disegno, essenziale e privo di qualsiasi superfluità: meno stile, meno design, meno materia prima, meno energia necessaria per produrla, per ottenere però di più.

“Quando lavoro parto dal minimo, cerco di arrivare al nocciolo della questione, mai nei pressi. Per capire come cristallizzarlo, come sintetizzarne l’anima. Ridurre il volume per aumentare la massa: quando non si può aumentare di più, ecco, il progetto ha ragione d’esistere.”

Una filosofia che Starck ha ormai fatto sua e da tempo applica ad ogni progetto: dal disegno industriale all’architettura, dal cucchiaio alla città, letteralmente.

Non è stato in realtà sempre così. Agli inizi, “colui che in definitiva ha creato il design francese” secondo designindex, esordiva da puro esteta, apparentemente disinteressato al nocciolo di cui sopra e votato al solo involucro. Ma con un suo ben preciso linguaggio formale, da enfant terrible. Ne sono testimonianza le opere con cui si è fatto conoscere: il Café Costes a Parigi, l’incredibile spremiagrumi Juicy Salif per Alessi (uno degli oggetti che ormai identificano il design tout court), la motocicletta Motó per Aprilia, la Asahi Beer Hall a Tokyo, con quella sfrontata fiamma dorata sul tetto...

La svolta arriva con la maturità: paladino prima del design democratico, poi, visto che in questo ambito “la guerra non è finita, ma molte battaglie sono già state definitivamente vinte”, promotore dell’idea “di un’ecologia democratica o, ancora, (...) di soluzioni per l’era della post-plastica”. Incluse quelle che potrebbero far addirittura scomparire la figura del designer: prova ne è la sua recente ricerca con Kartell per la A.I. Chair, una sedia sì di tecnopolimero termoplastico ma riciclato al 100% e il cui modello è totalmente elaborato da un algoritmo, sulla base di semplici input del progettista. E dire che l’enfant prodige, la cui creatività non accenna a scemare (ad oggi sembra sia a quota oltre diecimila progetti in cinquant’anni di attività), ha superato i 70 anni, more or less...


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