“Dobbiamo far bene le cose...” L’esempio di Adriano Olivetti

di Marcella Ottolenghi

Credit foto @Gianni Berengo Gardin/Fondazione Forma

In questi tempi incerti e fluidi, c’è una occasione per riflettere sul modo di fare impresa e di produrre oggetti: è la mostra Gianni Berengo Gardin e la Olivetti, aperta fino al 15 novembre a Torino, nella Project Room di CAMERA - Centro Italiano per la Fotografia. Settanta immagini d’epoca, rigorosamente in bianco e nero, di uno dei maestri della fotografia, italiana e non solo, che riportano alla memoria “sia il valore sociale del progetto d’architettura sia l’organizzazione di un sistema di servizi sociali e culturali che animava la fabbrica e il territorio”. Perché Olivetti, a Ivrea, è diventata simbolo del produrre di qualità – funzionale ed estetica –, oltre che esempio di virtuoso laboratorio sociale. Nata nel 1908 quale “prima fabbrica nazionale di macchine per scrivere”, negli anni Cinquanta, con il subentro del figlio Adriano al fondatore Camillo, subisce una accelerazione che renderà il marchio sinonimo in tutto il mondo della scrittura a macchina e del calcolo meccanico. Lexicon 80, Divisumma 14, Lettera 22 (scelta da tutti i giornalisti più famosi e entrata a far parte della collezione permanente del Museum of Modern Art di New York), Lettera 32, Divisumma 24... Sono i nomi di storiche macchine per l’ufficio e per il lavoro estremamente avanzate per quegli anni, diventate icone del design made in Italy. Perché Adriano Olivetti – come poi farà in parte suo figlio Roberto – si circondava di progettisti, architetti, ingegneri (ma anche di intellettuali, poeti e scrittori) con la testa proiettata verso il futuro: Figini e Pollini, Marcello Nizzoli, Aldo Magnelli, Riccardo Levi, Giuseppe Beccio... Non per nulla il primo calcolatore elettronico italiano, l’Elea 9003, nasce proprio a Ivrea nel 1959 e il Programma 101, calcolatore programmabile da tavolo, nel 1965 anticipa quelli che saranno i nostri pc portatili.



Grazie all’esperienza di Adriano, che voleva produrre con creatività e sensibilità, i risultati non si esauriscono con la sua scomparsa. Se l’ET 101 del 1978 risulta la prima macchina per scrivere elettronica al mondo, come tralasciare tra i tanti esempi possibili un oggetto cult come la rossa Valentine del 1969, “la biro della macchina per scrivere, (...) in contrapposizione al carattere chic della Lettera 22”, come l’ha definita il suo stesso creatore Ettore Sottsass? O l’altrettanto colorata calcolatrice, compatta e vagamente space age, Divisumma 18 disegnata da Mario Bellini quattro anni più tardi?

Allo stesso modo delle macchine viene concepita da Adriano anche la fabbrica, “nuova e unica al mondo” secondo il suo sogno, che mirava a una “felicità collettiva che generi efficienza”: funzionale e nel contempo bella e rispettosa dell’ambiente. Luoghi di lavoro proficui ma costruiti a misura d’uomo, inseriti in un tessuto urbanistico con quartieri residenziali, biblioteche, servizi sociali, colonie, mense, asili nido... Architetture all’avanguardia, entrate a far parte di Ivrea città industriale del XX secolo, vero e proprio museo a cielo aperto di edifici (oggi in gran parte riconvertiti per la collettività) nel 2018 riconosciuto Patrimonio Mondiale dall’Unesco.

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