La favola della Cuccumella

a cura di Barbara Canoci


“IL CAFFE’ E’ UNA SCUSA. UNA SCUSA PER DIRE A UN AMICO CHE GLI VUOI BENE” (L. De Crescenzo)

Ma potremmo anche dire che: “Il caffè è un piacere se non è buono, che piacere è?” (N. Manfredi, Lavazza anni 80)

In ogni caso il caffè è una bevanda che ci caratterizza, che caratterizza il nostro essere italiani, dai… diciamocela tutta, come si beve il caffè in Italia da nessun’altra parte! E a Napoli il caffè è un culto, ogni momento è buono per un buon caffè, oggi purtroppo anche il caffè è diventato Fast, per tanto sempre di corsa, anche il caffè è diventato fuggevole ma c’era un tempo in cui invece era un rito, un rito antico per pensare, per parlare, per osservare attraverso lo scorrere del tempo la vita da una prospettiva diversa, era una favola… LA FAVOLA DELLA CUCCUMELLA o come dicono a Napoli “A CUCCUMELL”.



C’era una volta La Cuccumella, di francesi natali risalenti al 1819 a opera di Morize, in ogni caso arrivò nel nostro bel paese e qui si diffuse fino a vivere il suo massimo splendore a Napoli, dove persino artisti in fondo un po’ filosofi ne hanno tessuto le lodi, perché con la Cuccumella il caffè diventa filosofia.


Eduardo De Filippo in una scena della commedia “Questi fantasmi” spiega in un monologo come si prepara un caffè superlativo con la cuccumella, altrimenti detta Napoletana. Lo spiega al suo dirimpettaio “o’ prufessor’”.

Ed ecco che il caffè preparato con la napoletana diventa slow, perché la preparazione è lenta e richiede il tempo necessario affinché la legge naturale di gravità faccia il suo lavoro, ed è in quel lasso di tempo che gli amici si parlano, o semplicemente si guardano, ed è in quel frangente che chi si prepara il caffè ha il tempo per riflettere e fare pace coi suoi pensieri e con il suo cuore, che poi … poi un caffè fatto ad arte, in fondo in fondo consola l’anima…

Dal monologo di “Questi Fantasmi” ecco come si prepara il caffè con la Napoletana, e non ditemi che tutto ciò non è poesia:

“A noialtri napoletani, toglierci questo poco di sfogo fuori al balcone… Io, per esempio, a tutto rinunzierei tranne a questa tazzina di caffè, presa tranquillamente qua, fuori al balcone, dopo quell’oretta di sonno che uno si è fatta dopo mangiato. E me la devo fare io stesso, con mani. Questa è una macchinetta per quattro tazze, ma se ne possono ricavare pure sei, e se le tazze sono piccole pure otto per gli amici… il caffè costa cosi’ caro… Mia moglie non mi onora queste cose non le capisce E’ molto più giovane di me, sapete, e la nuova generazione ha perduto queste abitudini che, secondo me, sotto un certo punto di vista sono la poesia della vita; perchè, oltre a farvi occupare il tempo, vi danno pure una certa serenità di spirito. Neh, scusate Chi mai potrebbe prepararmi un caffè come me lo preparo io, con lo stesso zelo… con la stessa cura Capirete che, dovendo servire me stesso, seguo le vere esperienze e non trascuro niente… Sul becco… lo vedete il becco? Qua, professore, dove guardate? Questo… Vi piace sempre di scherzare…. No, no… scherzate pure… Sul becco io ci metto questo coppitello di carta… Pare niente, questo coppitello ci ha la sua funzione… E gia’ perchè il fumo denso del primo caffe’ che scorre, che poi e il piu carico, non si disperde. Come pure, professo’, prima di colare l’acqua, che bisogna farla bollire per tre o quattro minuti, per lo meno, prima di colarla dicevo, nella parte interna della capsula bucherellata, bisogna cospargervi mezzo cucchiaino di polvere appena macinata piccolo segreto! In modo che, nel momento della colata qua, in pieno bollore, già si aromatizza per conto suo. Professo’ voi pure vi divertite qualche volta, perchè, spesso, vi vedo fare al vostro balcone a fare la stessa funzione. E io pure. Anzi, siccome, come vi ho detto, mia moglie non collabora, me lo tosto da me… Pure voi, professo’ ?…. E fate bene… Perchè, quella, poi, è la cosa più difficile: indovinare il punto giusto di cottura, il colore… A manto di monaco….. Color manto di monaco. é una grande soddisfazione ed evito pure di prendermi collera, perchè se, per una dannata combinazione, per una mossa sbagliata, sapete… ve scappa ‘a mano o’ piezz’ ‘e coppa, s’aunisce a chello ‘e sotto, se mmesca posa e ccafè… insomma, viene una zoza … siccome l’ho fatto con le mie mani e nun m’ ‘a pozzo piglia’ cu nisciuno, mi convinco che è buono e me lo bevo lo stesso. (II caffè ormai è pronto) Professo’, è passato. State servito?… Grazie. (Beve) Caspita, chesto è cafè… (Sentenzia) é ciucculata. Vedete quanto poco ci vuole per rendere felice un uomo: una tazzina presa tranquillamente qui fuori… con un simpatico dirimpettaio…”




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