L’ebanista che inventò l’industrial design

di Marcella Ottolenghi


Poche volte un claim individua perfettamente l’essenza di un marchio. Gebrüder Thonet Vienna (www.gebruederthonetvienna.com) ha scelto “Heritage designs the future” e raramente intuizione è stata così azzeccata. La storica azienda viennese di sedute (e non solo), con un passato ultra centennale da fuoriclasse nella storia del progetto di arredamento, perpetua la tradizione dei modelli più famosi, ma nel contempo progetta il suo futuro. Chiamando giovani e noti designer internazionali – Front, Studio Dainelli, Michael Anastassiades, Chiara Andreatti, storagemilano, GamFratesi, LucidiPevere... – a reinterpretare in chiave attuale l’essenza senza tempo del legno curvato.

credit foto: @Gebrüder Thonet Vienna e @Legno Curvato

Faggio massello reso flessuoso ed elastico dal vapore e piegato in stampi metallici, secondo l’intuizione dell’ebanista Michael Thonet a metà dell’Ottocento, che diventerà segno distintivo di tutta la produzione successiva, inclusa quella dei giorni nostri. Una ricerca materica e strutturale – le volute di legno si fanno spalliera, gambe, seduta, senza soluzione di continuità – che si traduce nel primo vero esempio di industrial design (ovvero prodotto industrialmente in serie) nel settore dei mobili dell’epoca. E che diventerà subito anche linguaggio estetico, affascinando, grazie al lavoro di estrema semplificazione formale e numerica dei componenti, progettisti che mai avrebbero avuto anche il più piccolo cedimento a favore della decorazione. Adolf Loos, pioniere dell’architettura moderna autore di “Ornamento e delitto”, commissiona una sedia ad hoc per il suo Café Museum a Vienna (1898). Le Corbusier, che sceglie la poltroncina Wiener Stuhl per la Maison La Roche-Jeanneret (1924) e il padiglione dell’Esprit Nouveau (1925), ne tesse le lodi:

“…la più banale ed economica tra tutte le sedute, utilizzata in milioni di esemplari dall’Europa alle Americhe, possiede nella sua essenzialità, una sua nobiltà, poiché la sua semplicità è compressione delle forme che si adatta armoniosamente al corpo”.


La sedia n° 14 del 1860 ai tempi è stata venduta in cinquanta milioni di esemplari in tutto il mondo. E alla fine dell’Ottocento i mobili prodotti quotidianamente dalle fabbriche in Austria, Ungheria, Polonia erano circa quattromila, distribuiti da filiali di vendita in tutta Europa, oltre che a New York e Chicago. Una struttura industriale eccezionale per quel secolo. E un gradimento da parte del pubblico estremamente longevo, che prosegue senza flessione ancora oggi. Frutto di un mix di gusto moderno, di archetipicità formale, di essenzialità compositiva – solamente sei elementi danno vita alla poltroncina n° 9, addirittura cinque alla n° 201 – e di ingegno che spinge gli appassionati del vintage alla ricerca spasmodica del mitico timbro a fuoco o del cartiglio e alla consultazione dei cataloghi dell’epoca per distinguere i pezzi originali dai falsi. O da quelli semplicemente realizzati dalla concorrenza.

D’altronde, come sottolineano anche gli autori del volume “La seggiola di Vienna”, quanti sono gli oggetti parte del nostro mondo quotidiano ancora “in produzione” da più di un secolo e mezzo?

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