Joe il visionario

di Marcella Ottolenghi


Joe Colombo, che era in realtà Cesare, questa estate avrebbe compiuto novant’anni. A lui, il cui cuore si è fermato a soli quarantuno anni, sopravvivono - come accade per altri grandi protagonisti della storia del made in Italy - i suoi progetti. E le idee visionarie, che ancora oggi continuano a influenzare il mondo del design.


credit foto Oluce

Il carrello contenitore Boby, disegnato nel 1970 per Bieffeplast ed entrato nella collezione permanente del MoMA di New York, è un evergreen tuttora prodotto da B-Line. La famiglia di lampade Spider del 1965 per Oluce, anche lei in diverse collezioni museali e Compasso d’Oro nel 1967, ha festeggiato con lo “spin-off” Coupé il cinquantennale di vita presentandosi in una inedita variante dorata. La compatta e su ruote Minikitchen del 1963 per Boffi, che in meno di mezzo metro cubo di volume contiene tutto ciò che serve per cucinare e apparecchiare, pur attualizzata in Corian® è sempre in catalogo.


«Ho fatto dei mobili per una casa dimensionata non solo nello spazio, ma anche nel tempo, elastico, flessibile, articolabile, estensibile.»

I suoi sono arredi trasformisti, “mobili” nel senso letterale del termine, dall’aspetto spesso futuribile ma soprattutto visionari nelle scelte funzionali e materiche.

Merito forse della sua formazione artistica: aveva infatti studiato all’Accademia di Brera e solo successivamente frequentato per qualche tempo i corsi del Politecnico di Milano. O delle ricerche sperimentali su nuovi materiali e relative tecniche produttive – fibra di vetro, polietilene, pvc... – iniziate nell’azienda di conduttori elettrici del padre. E continuate con la produzione in serie dei suoi progetti: la sedia impilabile 4867 del 1967 per Kartell è la prima seduta italiana ad essere stampata in un solo materiale plastico come il polipropilene. La poltrona Elda del 1965 per Comfort (oggi nel catalogo Longhi) è la prima scocca di grandi dimensioni di vetroresina stampata.

La sua prefigurazione degli ambienti domestici, oltre all’ideazione dei famosi abitacoli modulari – il Sistema programmabile per abitare presentato nel 1968 alla Triennale di Milano, l’Unità arredativa globale allestita nel 1972 al MoMa di New York per la mostra Italy: the new domestic landscape – lo porta anche a spingere le aziende con cui collabora in territori inesplorati. Esemplare il caso di una poltrona disegnata nel 1964 per Kartell (nelle collezioni permanenti del MoMA e del Metropolitan Museum di New York, ça va sans dire...): ai tempi l’unico prodotto di compensato curvato dell’azienda, fin dagli esordi concentrata esclusivamente su arredi e complementi di materiali plastici. La quale oggi continua a produrre industrialmente i tre soli pezzi incastrati senza ulteriori elementi di giunzione, ma, grazie alla tecnologia contemporanea, sfruttando il polimetilmetracrilato. E battezzando la poltrona semplicemente con il nome dell’autore, che sintetizza l’imperituro fascino di uno stile che ha più di mezzo secolo senza dimostrarlo.


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