Gio Ponti, “l’artista caduto tra gli architetti”

di Marcella Ottolenghi

Credits ©Cassina Historical Archives

Leggera – neanche due chili di peso – ma solida, nonostante l’esile struttura a sezione triangolare, la sedia 699 Superleggera è un’icona del design made in Italy, riconosciuta dal suo stesso creatore come un capolavoro. In produzione ininterrotta dal 1957, anno in cui Gio Ponti la realizzò in stretta collaborazione con i figli di Amedeo Cassina e gli artigiani dell’omonima azienda (che ancora oggi la produce), riassume visione e processo creativo del poliedrico protagonista – architetto, designer, art director, scrittore, critico e fondatore della rivista Domus – della storia del progetto, sia italiano sia più in generale novecentesco. Una ricerca estremamente raffinata, sulla perfezione formale e funzionale, sulla selezione dei materiali, sull’estetica della decorazione, definita “né classica né moderna” dalla direttrice del MAXXI di Roma, che a Ponti dedica la mostra “Amare l’architettura” fino al 27 settembre 2020. Ricerca che include anche la sapienza di condurre e di valorizzare le professionalità dei tanti artigiani e produttori chiamati a collaborare ai suoi lavori, soprattutto a scala più ridotta, diventati simbolo dei decenni del secolo scorso in cui operò (dai Venti ai Settanta): le maniglie Lama per Olivari, la sedia 969 per Montina, le piastrelle per Francesco De Maio e Marazzi, gli interni dell’Hotel Parco dei Principi di Sorrento e degli appartamenti milanesi... Solo alcuni esempi delle capacità creative di Ponti, in grado di affrontare e di gestire progetti piccoli e grandi con la stessa sapienza e la medesima cura dei dettagli.

"Sono un artista, caduto tra gli architetti, che se l’è cavata..."

diceva di sé nell’Autobiografia lampo del 1977. A testimonianza della sensibilità per l’arte e la decorazione, mai superflua e sempre assolutamente moderna, parla il suo lavoro per la manifattura Richard Ginori, di cui assume la direzione artistica nel 1923, mirato alla riproduzione seriale di ceramiche dalla qualità pari a quella dei pezzi unici realizzati a mano. Anche se in realtà è il suo “cavarsela” in architettura a rivelarsi una vera e propria rivoluzione concettuale: basti pensare all’innovazione compositiva del grattacielo Pirelli e della chiesa di San Francesco al Fopponino a Milano, della chiesa Gran Madre di Dio a Taranto, dell’edificio per uffici Montedoria sempre a Milano... Ed è in fondo questa disciplina, in cui si è laureato nel capoluogo lombardo nel 1919, che resta, in tutte le sue sfaccettature, la sua vera passione. Non per nulla il suo libro più famoso si intitola “Amate l’architettura” e si apre con la medesima esortazione:

"Amate l’architettura, la antica, la moderna. Amate l’architettura per quel che di fantastico, avventuroso e solenne ha creato – ha inventato – con le sue forme astratte, allusive e figurative che incantano il nostro spirito e rapiscono il nostro pensiero, scenario e soccorso della nostra vita"

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