Enzo Mari, “la coscienza dei designer”

di Marcella Ottolenghi


«Il mondo non è stato progettato per i ricchi, il buon design dovrebbe essere accessibile a tutti.»

È questa la discriminante personale che ha dato l’imprinting all’intero lavoro di Enzo Mari, artista formatosi all’Accademia di Brera di Milano diventato famoso per arredi e oggetti radicali. Semplici (solo all’apparenza), pratici, duraturi, accessibili. Antesignano di quello che ora chiamiamo il design democratico (sua nei primi anni Settanta la serie di mobili economici Autoprogettazione da assemblare a casa), Mari, burbero e barbuto da ben prima dell’avvento degli hipster, ha saputo

tradurre una visione – anche politica – in oggetti imperituri, di una eleganza e di una essenzialità formale che rasenta spesso la perfezione.


credit foto di apertura @Magis

Esemplare la sedia Mariolina per Magis, tra i progetti più recenti (datata 2002), oggi rieditata dall’azienda in una nuova versione black & white, scelta cromatica estremamente in sintonia con il sentire dell’autore. Uno dei “mobili basici, ma non affatto semplici” di cui è costellata la sua carriera, con dettagli che rivelano la ricerca in continuo levare di Mari: struttura metallica esile e curata nella definizione delle sezioni, dall’allure vagamente vintage, seduta e schienale di

polipropilene agganciati al tubo d’acciaio solo mediante elementi plastici stampati e nervati, senza viti o rivetti.

Solo uno dei tanti oggetti scelti dai cultori del disegno industriale di qualità, frutto di un processo creativo che riparte ogni volta da zero per ripensare concetti e tecniche. E arrivare a risultati originali, non solo nella forma al limite dell’essenziale, ma anche nel rapporto con chi li sceglie.

Così sono in particolare tutti i prodotti per Danese Milano – i vasi Bambù e Pago-Pago, i calendari perpetui Bilancia, Timor e Formosa, il puzzle per bambini 16 Animali, il centrotavola Putrella, i cestini In Attesa... –, marchio di riferimento per Mari sin dagli esordi alla fine degli anni Cinquanta.



E tali rimangono i progetti per tutte le altre aziende con cui nel tempo ha collaborato, tra cui Driade, Zanotta, Robots, Alessi, Ideal Standard, Gabbianelli. Che gli varranno ben cinque Compassi d’Oro, di cui uno nel 1967 per le “ricerche individuali sul design” e uno nel 2011 alla carriera.

Sostenitore di una lettura esclusivamente sociale del mestiere del designer, spiegava a Ugo Gregoretti in una delle Lezioni di Design per la Rai della fine degli anni Novanta, che progettare è un atto di guerra, non un gioco”. Così il suo gesto creativo estremo, da sempre critico e mai sedotto dalla gloria del successo, lo ha trasformato in una sorta di figura mitologica superiore, guardiano dei

valori fondamentali nel variegato mondo del progetto. «Mari non è un designer, se non ci fossero i suoi oggetti mi importerebbe poco – ha detto una volta il suo collega Alessandro Mendini –. Mari invece è la coscienza di tutti noi, è la coscienza dei designers, questo importa».



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