Ciao sono io, Coccolino

di Anna Rita Caddeo


Cari Vintagers,

oggi vogliamo parlarvi di un orsacchiotto bianco, morbido e coccolone… ops Coccolino!



Quanti di noi “bambini grandi” avranno fatto pianti a dirotto per avere il simpatico peluche che si poteva ottenere con l’acquisto dell’ammorbidente omonimo? Personalmente ne ho fatto tanti anche se, alla fine, non sono mai serviti a nulla perché mia mamma non ne voleva sapere di Coccolino!

La Unilever, proprietaria del marchio commerciale Coccolino, è una multinazionale fondata nel 1930 dalla fusione di due società: la britannica Lever Brothers e l’olandese Nerderlandsche Margarine Unie. L’azienda, con sedi a Rotterdam e Londra, è titolare di tanti altri marchi di prodotti a largo consumo sia global che local, per un totale di 400. Tra quelli più diffusi troviamo: Algida, Lipton, Calvè, Knorr, Cif, Lysoform, ecc.


La multinazionale, prima di creare il marchio Coccolino, aveva fatto un precedente tentativo commercializzando un ammorbidente dal nome Confort, mettendosi così in concorrenza con l’allora dominante Procter&Gamble, impostasi sul mercato con una linea di ammorbidenti dal marchio Downy negli USA e Lenor in Europa. Unilever non ottenne il risultato sperato e la P&G mantenne per qualche

tempo il primato nella vendita degli ammorbidenti.

Unilever non si diede per vinta e qualche anno dopo creò il Coccolino. L’ammorbidente nacque dall’idea di mettere sul mercato un prodotto legato alla mascotte che lo avrebbe accompagnato. Tale mascotte avrebbe dovuto infondere al fruitore un’idea di morbidezza, la stessa morbidezza che avrebbe ritrovato sui suoi capi usando l’ammorbidente. Chi, più di un orsetto bianco e tenero, poteva rappresentare meglio questa idea?



Nasce così in Germania, negli anni 70, il primo Kuschelweich: nome dato al pupazzetto e di conseguenza dell’ammorbidente. Il marchio man mano si diffuse dappertutto, tant’è che Coccolino, essendo internazionale, ha nomi diversi a seconda della Nazione in cui è venduto: in Austria e Germania si chiama Kuschelweich, in Brasile Fofo, nei Paesi Bassi e Belgio Robijn; in Italia e Croazia Coccolino ecc.

Il testimonial e la pubblicità annessa, sono state fondamentali per il successo del marchio. Lo scopo di suscitare una sensazione di morbidezza all’acquirente, attraverso l’orsetto, si rivelò vincente perché la mascotte attirò l’attenzione degli adulti ma soprattutto, come sappiamo, dei bambini. Questa, insieme ad altre pubblicità, è un classico esempio di come un prodotto rivolto ai grandi, sia stato pensato e scritto per attirare i bambini.



Coccolino, che quando appariva magicamente in tv, col fare un po’ sornione, diceva: “Ciao, sono io Coccolino”, attirava totalmente l’attenzione dei più piccoli che, nel vederlo così pulito e tenero, volevano averne subito uno per sé. In quegli anni genitori, nonni e zii evitavano di andare al supermercato accompagnati da bambini Coccolino-dipendenti, altrimenti sarebbe stato un incubo.

Grazie al successo di Coccolino e altri testimonial coevi come, per esempio, l’ippopotamo blu dei pannolini Lines, cambiò il significato di mascotte, termine originariamente nato per indicare qualcosa che serviva per portare fortuna alle squadre di calcio americano.

Sul finire degli anni ’70-primi ’80, era facile trovare, sugli scaffali dei supermercati, l’orsetto bianco in regalo con l’ammorbidente e, alla fine degli anni 80, anche col detersivo per lana e capi delicati.

I Coccolini dati in omaggio sono stati tanti e di varietà diverse. I più amati e ricercati erano i peluche, alcuni dei quali firmati dalla casa torinese Lenci, famosa per le ceramiche e bambole. Furono commercializzati anche temperini e portachiavi con le fattezze di Coccolino. Un altro gadget del marchio è stato l’astuccio di plastica con la sagoma del nostro orsetto.


Voi, avete avuto un Coccolino? Cosa avete dovuto fare per poterlo avere?



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