Che cosa c’entrano le macchine con l’arte?

di Marcella Ottolenghi

credit foto @kaldewei

Nella sala 130 della IV Triennale di Monza del 1930 uno “spirito nuovo”, secondo il critico dei tempi Edoardo Persico, pervade ciò che viene esposto. È “il gusto della macchina”, che unitamente al “lusso necessario” invocato dal collega Ugo Ojetti in una lettera aperta a Gio Ponti – ovvero la necessità di realizzare un arredo “bello di forma e sincero di materiali (...) che serva da modello e (...) mostri ai posteri cos’era l’arte per noi” – sarà il primo seme per la nascita del cosiddetto disegno industriale. Ma che cos’è in realtà il design, abbreviazione della traduzione inglese del termine, che tutti oggi pensiamo di conoscere? E che ci attrae, nuovo o soprattutto vintage che sia?

L’enciclopedia Treccani parla di “progettazione di oggetti destinati a essere prodotti industrialmente, cioè tramite macchine e in serie”, ma non è solo questo. O almeno non solo: il saggista Tomàs Maldonado ne dà una definizione più ampia.

“Il design è una attività progettuale che consiste nel determinare le proprietà formali degli oggetti prodotti industrialmente, per proprietà formali dovendosi intendere non solo le caratteristiche esteriori, ma soprattutto le relazioni funzionali e strutturali che fanno di un oggetto un’unità coerente sia dal punto di vista del produttore sia dell’utente.”

Ecco il nocciolo: mixare con sapienza proprietà estetiche e funzionali, culturali e tecnologiche, oltre che economiche. Coinvolgendo più o meno idealmente nella fase progettuale sia chi lo realizza sia soprattutto chi poi lo userà. Il disegno industriale, quando è davvero tale – e non una vuota designazione di qualcosa semplicemente “bello”, di stile o di tendenza – diventa il trait d’union tra mondi tanto differenti tra loro, riassumendoli in un semplice (questo sì...) oggetto. Il cui aspetto esteriore sintetizza un incredibile insieme di competenze, di ricerche, di scelte materiche, di tecniche.

Ne è esempio lampante l’intera produzione di design made in Italy e non dal dopoguerra in poi, che ancora oggi non perde smalto e anzi viene ricercata da cultori e collezionisti al pari delle opere d’arte. E che per questo è sempre più spesso battuta alle aste di settore a prezzi sbalorditivi. Beni materiali che non passano mai di moda e che aumentano di valore nel tempo proprio perché sintesi perfetta tra forma e funzione, per dirla in modo semplicistico.

Eppure il bello dell’industrial design, a parte le eccellenze fuori mercato (che spesso sono frutto di tirature ridottissime o tendono addirittura al mondo dell’artigianato), è che nasce per essere disponibile ai più e grazie alla riproduzione seriale diventa possibile per un ampio numero di persone. Ecco allora cosa c’entrano le macchine con l’arte: a permettere a tanti qualcosa nel contempo semplice e complesso, intuitivo e sbalorditivo, gradevole e innovativo. Detto così sembra forse facile, ma quando accade davvero... è design.

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