Achille Castiglioni “virale”


di Marcella Ottolenghi

credit: @Fondazione Achille Castiglioni, foto di Federico Ambrosi

Mostra Exhibition of italian design a Tokyo, 1984: una sala da pranzo frammentata in nove postazioni separate, in cui ogni commensale ha il proprio tavolino Cumano, dotato di lampada a stelo passante per il foro del piano, e una sedia Primate.

Seduta Allunaggio, 1966: ispirata alla conquista dello spazio di quegli anni, ha un sedile singolo sostenuto da un tripode che mantiene la distanza di sicurezza (esattamente un metro e mezzo!) tra le persone.

Lampada in perspex, 1958: la progenitrice del più famoso lampadario Taraxacum 88 di due anni dopo, dalla forma che ricorda quella più inquietante del virus che ha colpito il mondo in questo bizzarro 2020...


Sono i progetti “prepandemioprofetici” di Achille Castiglioni – e dei suoi fratelli Livio e Piergiacomo – selezionati dalla Fondazione a suo nome, con sede nella “wunderkammer” che è stata lo studio milanese, per evidenziare la costante modernità e preveggenza del lavoro del designer per eccellenza.

Una definizione professionale che forse nella sua schietta visione delle cose e della realtà non amava troppo. Non per nulla nel 1980, in una intervista a Il Corriere dell’Informazione, sosteneva che

"Il termine design vuol dire semplicemente progetto, e in questo senso è sempre esistito, anche se è diventato di moda solo negli ultimi anni."

Eppure Castiglioni è il design italiano: i suoi oggetti sono entrati non solo nelle collezioni dei musei di tutto il mondo (portandogli ben nove Compassi d’Oro), ma anche nei manuali di progettazione come esempi di buona pratica. E le sue lezioni o i suoi interventi incantavano il pubblico, di studenti e non: spesso apriva una borsa e ne estraeva oggetti quotidiani senza autore, pratici e belli, selezionati dalla sua vasta collezione privata, tuttora raccolta nel piccolo Studio Museo affacciato sul Castello Sforzesco. È nel segno di questi esempi che aveva inizio ogni suo gesto creativo, frutto di una ricerca formale basata sulla bellezza della funzione. A volte mutuando elementi che con il risultato finale nulla avevano a che fare e si rifacevano al ready-made: la canna da pesca della lampada da terra Toio (Flos, 1962), il sedile da trattore dello sgabello Mezzadro (Zanotta 1957/1971), il manicotto di un bruciatore a gas della lampada Taccia (Flos, 1962), il sellino da bici dello sgabello Sella (Zanotta, 1957)...

Un processo sempre incredibilmente preciso e raffinato, che ha portato alla nascita di un numero straordinario di prodotti, sia ancora in produzione – come gli evergreen Arco, Gatto, Luminator, Lampadina, Parentesi, Snoopy, Splugen Brau – sia diventati veri e propri oggetti del desiderio per collezionisti e appassionati di design. E che davvero dovrebbe diventare, lui sì, “virale” tra i praticanti il mestiere: il mondo e le nostre case sarebbero luoghi semplicemente meravigliosi, nel senso letterale dei termini. E per questo bellissimi.


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